E' fioca nelle lampadine blu che contornano gli abiti appesi alle pareti che, come antiche lucerne commemorano una esistenza trascorsa.

Si fa chiara per lasciare trasparire volti e ricordi come icone di un tempo vissuto.

Ancora, è vibrante quando opponendosi all'opacità della materia delle sagome ritagliate nel rame, le lascia danzare come ombre del macabro e ineluttabile gioco della vita.
E' la luce che, al centro della ricerca artistica di Christian Boltanski si mischia col “tempo” inteso come transitorietà, trascorrere, inesorabile passaggio tra la vita e la morte che si materializza negli infiniti oggetti che l’artista raccoglie, colleziona, archivia: oggetti di materiali diversi abbandonati o perduti, ma anche immagini fotografiche trovate per caso o ritagliate da riviste e  riutilizza come tracce-reperti o reliquie di un’esistenza. Al concetto del tempo si lega strettamente il tema della morte e della memoria individuale e collettiva con riferimenti, più o meno espliciti, alla tragedia dell’Olocausto.

CHRISTIAN BOLTANSKI

Inv.n.32 Boltanski Theatre d'ombres 3797

Théâtre d’ombres.

L’artista affronta il concetto della vanitas e della morte come assenza: svanita la presenza fisica dei corpi, ne resta solo un vago ricordo, un’ombra, appunto. Profili e silhouettes tremano e si muovono sulle pareti dove vengono proiettate, creando un’atmosfera sospesa tra incubo notturno e magico teatro delle ombre, in un’ambivalenza voluta e cercata dall’artista. L’ambientazione magica e spettrale desta curiosità, fascinazione, stimola lo spettatore, sarà poi lui a leggerne il senso tragico della precarietà dell’esistenza o il magico gioco delle ombre dell’antica tradizione popolare e a Palermo quest’opera acquista significati ulteriori, collegandosi da un lato alla tradizione del teatro dei Pupi e dall’altro al tema del Trionfo della Morte.

VERONIQUE

L’immagine, sgranata dall' ulteriore procedimento di riproduzione fotografica cui viene sottoposta dall’artista, traspare sfocata dal telo che la ricopre come in un muto dialogo con le altre opere. Fragile ed eterea si insinua tra la stoffa ripiegata del lenzuolo, si rianima come fantasma o riaffiora come Sacra Sindone. Il volto della donna rimanda e dialoga con l’opera Monuments,  lo stesso ritratto di donna, infatti,  si intravede tra le riproduzioni fotografiche sul fondo della teca.

Boltanski Veronique AFR foto di Fabio Sg
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CAPPOTTI NERI

L’installazione Cappotti Neri ritorna sul concetto della transitorietà dell’esistenza umana, ribadisce e amplifica il valore emblematico ed evocativo degli oggetti, quali tracce di vita quotidiana. Glli abiti superano la loro concreta presenza e rimandano ad un significato “altro”, alludono alla tematica della morte come assenza. Quei cappotti sono stati indossati da corpi veri, “l’odore, le pieghe sono rimasti, ma non la persona”. Il pensiero corre alla tragedia dell’Olocausto e agli orrori di tutte le guerre passate e presenti.

Boltanski, Cappotti neri, AFR foto Fabio
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MONUMENTS

Monuments, monumenti, dal latino “monere” cioè far ricordare, ma anche far pensare, avvertire, strappa all’ineluttabile flusso della storia il volto di una donna realmente vissuta. Monumento struggente per commemorare, catturare e riscattare attraverso il ricordo la memoria di un’umanità fatta di protagonisti anonimi, ma anche moniti a riflettere sulla transitorietà dell’esistenza. Chiusa in una teca di legno, come una immagine votiva, il volto della donna lascia trasparire dal fondo altre immagini, istantanee con uomini, donne, bambini, sbiadite e logorate dal tempo, momenti di una vita quotidiana realmente vissuta che sembra emergere dall’indistinto temporale della memoria del personaggio ritratto, immagini lasciate in voto nella chiesa del Carmine di Roma che l’artista ha riprodotto e ripetuto. L’opera coinvolge lo spettatore perché rimanda alla emozione di un ricordo intimo e soggettivo.

Rosaria Raffaele Addamo

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